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Quotidiano online Noi di Calabria
Economia e Calcio
di Fabrizio Condemi

Il calcio del nuovo millennio, sebbene conservi quell’aspetto originario legato al mondo dello sport, in ogni angolo del pianeta risulta essere diventato fondamentalmente un business, anzi, una vera e propria industria. Persino le serie minori, quelle lontanissime dalla seria A, dove si apprezza più il lato sportivo puro, si reggono e si alimentano attraverso il grande carrozzone delle serie superiori facenti capo alla FIGC.
È infatti noto oramai, che il calcio e l’economia sono strettamente legati: club quotati in borsa, giocatori che si comportano come imprese che vendendo i loro servizi al migliore offerente, diritti televisivi e d’immagine, merchandising ecc. Il calcio nel mondo è un vero e proprio sistema economico; di conseguenza, ogni squadra è in competizione con l’altra all’interno delle rispettive federazioni e dei propri campionati, oltre che nelle innumerevoli competizioni nazionali ed internazionali non solo per un mero risultato sportivo quanto soprattutto per primeggiare a livello economico.

Se prendiamo i primi 5 campionati più ricchi al mondo (tutti europei) osserviamo come la Serie A italiana, con i suoi 2,2 miliardi di euro di ricavi aggregati dei 20 club che la compongono (dati della stagione 2017-18), si collochi al quarto posto tra i maggiori campionati, dietro alla Liga spagnola (3,07 miliardi di fatturato) alla Bundesliga tedesca (3,17 miliardi) e alla Premier League inglese (5,44 miliardi) e davanti alla Ligue 1 francese (1,69 miliardi).
Ecco perché operazioni come quella della Juventus (club nella top ten mondiale come fatturato) di acquisire le prestazioni per 4 anni del calciatore primo al mondo per fatturato, ovvero Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, meglio noto come Cristiano Ronaldo o CR7, erogandogli uno stipendio in busta paga netto di “appena” 2,5 milioni di euro mensili, siano ampiamente possibili e, se vogliamo, auspicabili per l’intero segmento. Si parla di una operazione complessiva di quasi 350 milioni di euro (la Juve ha chiuso il bilancio 2016/17 con 560 milioni di ricavi) ma che, grazie ai diritti televisivi, al merchandising e a tutto l’indotto che viene alimentato, tale operazione non solo diventa sostenibile ma addirittura estremamente conveniente specie con l’ottenimento di risultati sportivi positivi.

L’affare Juventus/CR7 non produce introiti solo per la Juventus ma anche per tutti i marchi ad essa collegata e a tutta la serie A, oltre a far lievitare il fatturato ed il reddito prodotto dalla “industria CR7”.
L’attaccante portoghese sarà stato anche a caccia di motivazioni nuove, certamente ne ha avute anche di fiscali. Se si pensa che nel 2015, il “fenomeno” ha dichiarato al fisco spagnolo redditi per 204 milioni di euro, di cui “solo” una quarantina legati al suo ingaggio con il Real Madrid. Il resto è arrivato e continua ad arrivare dagli sponsor, tra cui i 24 milioni annui vita natural durante dell’Adidas, oltre che dalle attività imprenditoriali. Su questi altri redditi, in Italia CR7 pagherà solamente 100.000 euro, qualcosa come meno dello 0,1% dei suoi ricavi, grazie a una legge voluta dal governo Gentiloni, che introduce un’imposta in somma fissa sui redditi maturati all’estero di quanti trasferiscano la residenza in Italia.

Certamente norme fiscali dettate anche dall’industria calcio, difatti, continuando nella scia tracciata dai governi precedenti, anche l’attuale governo Lega-M5S, nella Legge di Stabilità 2019 ha introdotto una norma che riguarda il “ritorno dei cervelli ”. I redditi di quanti siano stati residenti all’estero per almeno i due anni precedenti al 2019, verranno tassati solo per il 30%. Ciò fa sì che giocatori o allenatori “paperoni” come Antonio Conte (contratto di oltre 11 milioni netti l’anno con l’inter) possano preferire l’Italia anche e non solo per la Serie A. Basti pensare che, per restare sul tema caldo del calciomercato, ovvero la scelta dell’allenatore della Juventus, l’ipotetico ingaggio di Pep Guardiola (il CR7 degli allenatori) per una cifra attorno ai 25 milioni annui, non sia determinato tanto (e solo) da scelte tecniche dato che, a conti fatti, l’aliquota Irpef del 43% sarebbe gravata su meno di un terzo dell’ingaggio lordo del catalano, facendo risparmiare alla Juve qualcosa come 14 milioni di euro all’anno, ovvero quanto l’intero stipendio lordo percepito dall’ex allenatore Massimiliano Allegri.

Così come è avvenuto nel passato per ciò che concerne le grandi industrie che spesso hanno tracciato la strada economica del Paese, il calcio, inteso come un’industria tra le principali in Italia, che nel complesso produce lo 0,25% del PIL e che funziona esattamente come ogni altro settore, può determinare e aiutare l’economia oramai depressa dello Stato. Proporre un abbassamento della tassazione su tutti i settori industriali e commerciali del Paese, dato l’enorme successo che registriamo nel segmento “calcio”, può certamente essere il volano tanto atteso dall’intera economia italiana. Ecco perché diventa anacronistico chi punta i piedi da tempo sulla c.d. “flat tax” al 15%. Rappresenterebbe una scossa non solo possibile ma, a questo punto, auspicabile per un “sistema Italia” malato di alte tasse, di lacci e lacciuoli a chi produce e investe e che deprime il settore privato per alimentare un mostro pubblico sempre più vorace di risorse.

Se si pensa che sia irrealistico far decollare la “tassa piatta” su tutti i redditi delle persone fisiche per motivi ideologici, evidentemente si sta perdendo di vista l’obiettivo supremo di una operazione innovativa (tra le possibili) che necessiterebbe semmai di uno sforzo come mai prima per renderla sostenibile per i nostri conti pubblici. Non si capisce perché dovremmo scandalizzarci di far pagare a tutti la stessa aliquota fiscale (con i dovuti accorgimenti per i redditi minimi), quando già oggi abbiamo creato le premesse per attirare i Paperoni stranieri (chiaramente non solo del mondo del calcio). E con quale motivazione giustifichiamo l’aliquota IRPEF di CR7 allo 0,1% quando ci si oppone all’aliquota generale del 15% ipotizzata dall’attuale governo? Eppure, un aumento della ricchezza pro-capite, con le dovute leve statali, porterebbe certo dei risultati positivi nell’industria italiana. Forse nella politica economica italiana, a differenza che nel calcio, diventa più importante il “tifo” politico che il benessere del Paese?


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