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Quotidiano online Noi di Calabria
La pubblica amministrazione calabrese? Meriti di essere rivisitata
di Pasquale Monea

Con entusiasmo ho colto l’occasione che mi viene offerta di curare un forum sulla pubblica amministrazione, con un occhio particolare a quella calabrese, nella consapevolezza che la sua attuale configurazione meriti di essere ampiamente rivisitata per coniugare una società che cammina ad un passo spedito rispetto ad una P.A. che invece stenta a decollare.

In Italia particolare importanza hanno avuto le riforme introdotte a partire dagli anni Novanta del XX secolo. Si è potenziato il decentramento, fino alla riforma del titolo V della Costituzione nel 2001, che ha rafforzato i poteri normativi delle Regioni e le competenze amministrative dei Comuni (l. n. 142/1990; l. n. 57/1997; l. cost. n. 3/2001). Si è tentata (d.lgs. nn. 300 e 303/1999) si è tentato di operare la razionalizzazione dell’amministrazione centrale dello Stato, soprattutto con norme sulla presidenza del Consiglio, sui ministeri e sulle agenzie. Sono state istituite diverse  autorità amministrative indipendenti dal governo, aventi anche funzioni di regolazione (per es. la CONSOB) e ‘quasi-giudiziali’. Alla dirigenza amministrativa è stata riconosciuta una competenza generale a svolgere attività di gestione, mentre agli organi politici sono state attribuite funzioni di indirizzo e controllo (d.lgs. n. 29/1993). 

A seguito di queste trasformazioni, dunque, l’amministrazione pubblica ricomprende, sul piano degli apparati, strutture dipendenti, autonome e indipendenti dal governo, centrale o locale, e distinte dagli organismi parlamentari e giudiziari; e include, sul piano delle funzioni, attività di cura concreta di interessi pubblici, di regolazione e ‘quasi-giudiziali’. Tutto ciò, comunque, non ha consentito una reale svolta di efficienza alla luce di scelte dettate più dalla necessità di giustificare interventi di semplificazione ovvero finalizzati a “promettere” soluzioni in grado di ridurre gli apparati amministrativi ma senza una reale e consapevole valutazione dei bisogni dei Cittadini. 

Ne costituiscono un esempio le scelte operate sul tema dei piccoli comuni: l’obiettivo è stato solo quello di tentare di ridurne il numero o piuttosto immaginare fantasiosi accorpamenti, senza comprendere, invece, che una reale semplificazione doveva necessariamente partire da una effettiva riduzione degli adempimenti burocratici ai quali senza distinzione si sottopongono tutte le amministrazioni, anche le più piccole. 

Basti pensare all’esperienza dell’ANAC che ha finito per dettare disposizioni di principio spesso oltre la tassatività delle norme, invadendo non solo la sfera interpretativa ma anche quella legislativa e giurisprudenziale, con direttive, deliberazioni, pareri, orientamenti che finiscono per complicare le attività di quelle più piccole comunità che avrebbero bisogno invece di regole semplici per funzionare, se il vero obiettivo è quello di garantire servizi ai Cittadini. In effetti sul tema scontiamo il modo disorganico rispetto al quale siamo abituati 

Come siamo abituati a risolvere i problemi: non con una riforma organica, in grado di produrre una soluzione stabile e razionale quanto invece affidandoci al proverbiale estro italico. Secondo una ricerca del Formez le nostre radici culturali, basate su logiche familistiche o su “gruppi sociali”, favoriscono tuttora modelli di comportamento tendenzialmente contrari alle regole soprattutto in alcune regioni del Sud (v. ricerca 2013 a cura del Formez: “LA CORRUZIONE - Definizione, misurazione e impatti economici”, pag. 35). Del resto la nostra democrazia ha una storia relativamente recente, non ancora in grado di recuperare questo grave ritardo di tipo culturale. 

Da tutto ciò discende un percorso riformatore piuttosto incerto e contraddittorio, che non affronta per tempo i nodi sostanziali e non ha il coraggio di superare gli interessi precostituiti, si procede per continue proroghe, ingrossando le fila di chi non crede al cambiamento: forse è questa la vera ragione per cui la fuoriuscita dalla crisi ci sembra ancora lontana. In questo contesto s’inserisce la problematica del “comuni polvere”. Immerso in un angolo incontaminato dell’amena Val Gerola, in provincia di Sondrio, Pedesina è il Comune meno abitato di tutti in Italia, con 36 abitanti (dato ISTAT 2014). Atrani, in provincia di Salerno, con i suoi 0,12 km² è il più piccolo Comune Italiano per superficie. Fa parte del club dei borghi più belli d'Italia ed è patrimonio mondiale dell'umanità (UNESCO). Sono luoghi assolutamente fantastici, e tuttavia i Comuni di Atrani e Pedesina sono chiamati a erogare ai loro cittadini tutte le funzioni previste per legge, esattamente come il Comune di Roma o Milano e per lo più con le stesse regole e le stesse fantasiose interpretazioni di enti di controllo a volte fuori dal tempo e dallo spazio. Dall’omogeneità delle norme tra grandi e piccolissimi enti derivano le criticità più evidenti per i Comuni polvere, in verità non facilmente risolvibili. 

La rigidità di bilancio e strutture scarsamente specializzate con una scarsa flessibilità in caso di assenze e/o picchi di lavoro servizi tendenzialmente inefficaci/inefficienti criticità legate all’attivazione di nuovi servizi ridotta forza politica. La questione non è nuova anzi: “Molti borghi e villaggi hanno il nome di Comuni senza averne la vitalità. Occorre toglierli dall’impotenza e dall’isolamento” ( lo diceva Delrio?): no è’ un discorso di Francesco Crispi, pronunciato nel lontano 1887 con riferimento ad un territorio lungo e frammentato come la nostra penisola. 

Sul tema si fronteggiano due opposte fazioni: - da un lato, gli autonomisti convinti; - dall’altro, i razionalizzatori che ritengono necessario intervenire sui “comuni polvere”.
Il tema dell’aggregazione degli ambiti gestionali, elaborato dagli economisti alla ricerca della “dimensione ottima dell'impresa” (Pareto), è stato ampiamente utilizzato negli ultimi decenni con riferimento alla pubblica amministrazione, nel tentativo di dare una prospettiva più moderna ad una realtà cronicamente inefficace e inefficiente (Giannini).

Occorre superare tali criticità, prendendo spunto da quello che avviene nelle democrazie europee più evolute.  I Paesi europei più importanti hanno un numero di enti più elevato del nostro: Italia 8.047 Germania 12.104 Regno unito 12.533 Francia 36.579. Si può forse affermare che Francia, Regno unito e Germania, avendo un numero di Comuni più elevato del nostro, sono Paesi ricchi di sprechi e inefficienze?!? E’ del tutto evidente che il nodo da affrontare non è il numero dei Comuni in sé, ma il modo in cui è organizzato l'assetto delle istituzioni locali. Si guarda con particolare interesse al modello francese di «intercommunalitè», frutto di una normativa ultradecennale con cui è stata razionalizzata una realtà istituzionale ancora più frammentata della nostra: i Comuni in Francia sono ben 36.579, ma sono raggruppati in un’ampia tipologia di forme associative... In Francia esistono 4 livelli di intercomunalità con fiscalità propria: COMUNITÀ DI COMUNI,  COMUNITÀ D’AGGLOMERATO, COMUNITÀ URBANE, METROPOLI. Il 96,2% dei Comuni francesi partecipa alle diverse forme di intercomunalità, contribuendo all’ immagine di una pubblica amministrazione efficace ed efficiente. 

In definitiva il modello francese dimostra che i piccoli Comuni non sono necessariamente un problema, ma (al contrario) un risorsa, un presidio importante per le comunità locali. il problema è come adattare tale modello alle esigenze del nostro Paese è quello di attribuire servizi ai Cittadini. Una possibile soluzione non può che essere che quella di creare  strumenti di governo del territorio con regole semplici ma con distinte funzioni non solo per ambiti territoriali ma soprattutto funzionali. Tutto ciò nella consapevolezza che gli enti locali, intesi quali enti più vicini al territorio ed ai Cittadini, sono gli unici strumenti in grado di garantire i servizi in maniera adeguata e soprattutto con un adeguato controllo da parte degli stessi elettori.

Ed allora si abbia il coraggio di affrontare una seria riforma delle Regioni e degli enti ad essa collegati che probabilmente rappresentano il vero spreco di risorse economiche: enti, agenzie, consorzi ed una miriade di società che esercitano potere e gestiscono risorse sul territorio, distanti dal Cittadino elettore/controllore. 


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