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Quotidiano online Noi di Calabria
Don Ennio Stamile ricorda Paolo Borsellino
di Ennio Stamile

Giorno 19 luglio in tutta Italia si è ricordata la strage di via D’Amelio, la prima senza Rita Borsellino. Ventisette anni fa in quella Via persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, (prima donna a fare parte di una scorta della Polizia di Stato), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sono stati celebrati quattro processi, con condanne ed assoluzioni che tutti conosciamo.

Esattamente un anno fa è uscita anche la sentenza di primo grado del cosiddetto processo sulla trattativa Stato-Mafia che ha visto la condanna in primo grado di Marcello Dell’Utri e di alcuni uomini del Ros dei Carabinieri i quali, mentre cosa Nostra organizzava stragi ed attentati a Milano, Firenze e Roma, in nome e per conto dell’allora Governo italiano, dichiaravano che lo Stato era pronto ad assecondare le richieste dei mafiosi contenute nel “Papiello” redatto per volontà di Totò Riina. Tale documento prevedeva, tra l’altro, anche l’abolizione del 41 bis, il carcere duro che tanta paura faceva ai boss di turno di allora, per timore che molti potessero cedere e collaborare con la giustizia. Voglio ricordare che il regime del 41 bis era stato più volte richiesto da Giovanni Falcone senza mai essere assecondato, almeno quando era in vita.

Dopo la strage di via D’Amelio, nell’agosto del 1992, il Parlamento italiano fu costretto a convertirlo in legge. Nel 1993 lo Stato italiano, mediante il Governo Ciampi con il Ministro Conso, revocò il 41 bis a ben 334 detenuti condannati per reati di mafia senza che nessuno se ne accorgesse, lo hanno scoperto i magistrati quindici anni dopo. Fu il primo importante cedimento dello Stato, avvenuto esattamente nel novembre del 1993, che precedette di alcuni mesi - gennaio 1994 - l’attentato preparato in via dei Legionari, di fronte allo stadio Olimpico, alla fine di una partita Roma – Udinese, nel quale la mafia doveva uccidere cento carabinieri con un'altra macchina imbottita di tritolo. Il detonatore non funzionò e fu rinviato alla domenica successiva. Intanto, nei giorni di quella settimana ci fu la discesa in campo di Silvio Berlusconi e non se ne fece più niente.

Tutto questo e molto di più scrivono i giudici nelle cinquemila pagine della sentenza di primo grado e ribadiscono a chiare lettere che se non ci fosse stata la trattativa, non avremmo avuto la strage di Via d’Amelio e neanche quelle di Firenze, Milano e Roma. I giudici scrivono, altresì, una cosa davvero eclatante: “Berlusconi pagava i mafiosi ancora da Presidente del Consiglio nel dicembre del 1994 ed il suo governo fu l’ultimo ricattato dai mafiosi tramite Dell’Utri”. Certo dovremmo aspettare ancora alcuni anni prima che il processo si concluda in Cassazione, per tale motivo, stando al dettato costituzionale, vige il principio dell’innocenza degli imputati anche se condannati in primo grado. Volevo però concludere ricordando le sofferenze causate dalle calunnie, incomprensioni ed invidie che Falcone e Borsellino hanno vissuto all’interno della stessa Magistratura che in questo periodo sta vivendo una delle crisi più difficili dalla nascita della Repubblica.

Auspico che il ricordo di questi Magistrati susciti in tutti spirito di autentico servizio, che nessuno sperimenti mai più solitudine, perché le mafie “uccidono chi rimane isolato”, ripeteva Borsellino, il quale era anche fortemente persuaso che “il vero amore consiste nell’amare anche ciò che non ci piace per poterlo cambiare”. Sono stati de secretati da poco alcuni atti da parte del Consiglio Superiore della Magistratura che riguardano proprio un suo deferimento al Supremo Collegio, per sue dichiarazioni molto forti circa l’assenza dello Stato negli anni ottanta in Sicilia. Sono certo che questo consentirà ancora meglio di conoscere lo spessore umano e professionale di questo grande uomo di Stato, capace di coniugare, amore per la famiglia, per il suo lavoro, per la sua Città ed una fede cristiana vissuta all’insegna della vera carità.


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