Prima l’incredulità, poi la presa di coscienza. E infine un mare di tristezza. Il mondo del basket e non solo dice addio a Kobe Bryant. Il campione dei Los Angeles Lakers se n’è andato a 41 anni, a quasi quattro anni di distanza dal ritiro, per un incidente con il suo elicottero privato. Per gli appassionati della palla a spicchi, è passato alla storia come ‘Black Mamba’. In coppia con Shaquille O’Neal, due superstar dal talento cristallino, ha fatto sognare i tifosi gialloviola, portando a casa cinque anelli. Una carriera costellata da record di punti, anche 81 in una sola notte, magate sotto canestro e giocate di classe: 19 stagioni nel campionato di basket più famoso del mondo e cinque vittorie, 18 volte All-Star. Nella sua carriera ha messo a segno 33.583 punti. Un record che fino alla scorsa notte lo faceva entrare di diritto nel podio dei top scorer, alle spalle di altre due stelle come Kareem Abdul-Jabbar e Karl Malone. Ma proprio poche ore prima di morire è stato LeBron James a scavalcarlo in questa speciale classifica con 33.655 punti, grazie ai 29 realizzati nel ko contro i Philadelphia 76ers. Per salutare l’impresa di LeBron, con la sua solita classe, nel suo ultimo tweet, Bryant ha scritto: “Continua a giocare il gioco avanti. Tanto rispetto, fratello mio”.Figlio d’arte, Kobe, prima di impressionare i fan di tutto il mondo con il suo iconico ‘8’ sulle spalle, poi diventato ’24’, è cresciuto cestisticamente in Italia. Dai 6 ai 13 anni, seguendo il padre, Joe Bryant, nei suoi trasferimenti e impara subito la nostra lingua. Tra il 1984 e il 1991, gli appassionati della palla a spicchi di Rieti e Reggio Calabria, ma anche di Pistoia e Reggio Emilia hanno avuto modo di vedere seduto sulle tribune il piccolo Kobe. Ha stoffa da vendere. E lo si capisce ben presto: al rientro negli Usa, frequenta la high school e conquista il titolo statale con la Lower Merion High School, vicino a Filadelfia, la sua città natale. Da giovanissimo, ancora, neanche 18enne, muove i primi passi in Nba. La scelta è degli Charlotte Hornets col numero 13 assoluto, ma Bryant viene girato ai Los Angeles Lakers. Una franchigia che non lascerà mai, dopo vent’anni di carriera, tra il 1996 e il 2016. La sua fortuna, oltre al talento innato, anche l’incontro con un certo Phil Jackson, coach dei record con i Chicago Bulls. Che a LA, sponda Lakers, grazie al tandem dei record Bryant-O’Neal, porta a casa cinque anelli Nba. Ma nella carriera di Bryant c’è anche la vittoria di una statuetta agli Oscar per ‘Dear Basketball’, miglior cortometraggio d’animazione, due anni fa, sulla sua lettera strappalacrime con cui ha annunciato il ritiro al basket. Campione a tutto tondo. Da oggi leggenda.

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