La sede del Corap, a Lamezia Terme, rende plasticamente l’idea dell’attuale situazione dell’ Ente di Sviluppo Industriale della Calabria. Una struttura gigantesca, prefabbricata, oggi ospita vari uffici oltre il Corap, come l’Inail e la Fondazione Terina. C’è persino un ex hotel in disuso in uno dei corpi di fabbrica di questa immensa struttura, adagiata in una pianura nel mezzo del nulla a 5 minuti di distanza dall’Aeroporto Internazionale di Lamezia Terme.

Cerchiamo un interlocutore a cui sottoporre alcuni interrogativi, alcune domande, con cui poter dialogare sulla situazione disastrosa che abbiamo registrato nelle aree industriali vibonesi di Jonadi e di Porto Salvo. 

Bocche cucite, mezze risposte, nessuno parla volentieri. Complice anche il fatto che fondamentalmente il Corap è in liquidazione coatta, che dovrebbe essere decretata ufficialmente a breve.

Sulla situazione rifiuti nelle aree industriali di Jonadi e Porto Salvo le poche anime che ci degnano di una risposta affermano che più volte hanno rappresentato la situazione disastrosa al sindaco Limardo, e che altrettante volte è stato il Corap stesso a provvedere alla rimozione delle micro discariche che nascevano nella zona. Poi niente più. Oggi, le aree industriali del vibonese versano in quelle condizioni che vi abbiamo mostrato ampiamente.

Quanto allo spopolamento degli insediamenti industriali, le voci sono contrastanti. Tra chi sostiene che nella zona di Jonadi si stia provvedendo a recuperare i capannoni abbandonati e chi sostiene che quelli costruiti nuovi di zecca, con i soldi del post alluvione di Vibo nella zona di Porto Salvo, a breve saranno rimessi a bando, perché chi li occupava precedentemente o è fallito o non li ha presi in carico. 

Noi abbiamo notizie diverse. Passeggiando per quelle vie i pochi che occupano i capannoni con delle attività commerciali ci hanno confermato che, da quando ci sono loro, in quei capannoni non è mai entrato nessuno. 

Sarà, ma noi abbiamo provato ad approfondire la discussione circa la situazione ed il futuro dell’ente parlando proprio con coloro che siedono nelle stanze del Corap.

A parere di molti il modello dell’agenzia unica è quello da perseguire. A Vibo, dicono, si era iniziato a fornire servizi alle aziende. Con l’accorpamento nel Corap delle diverse anime dei vecchi Consorzi di Sviluppo, che hanno portato in dote anche un carico debitorio accumulato negli anni, si è andati incontro inevitabilmente ad un rallentamento di tante attività e purtroppo non ci si è trovati pronti ad avere una nuova linfa per poter lavorare al meglio.

La prossima giunta regionale, una decisione in merito al futuro del Corap ,dovrà prenderla necessariamente. Ci sono attività in capo all’azienda che non possono essere fermate, di contro, bisogna che la stessa sia messa in condizione di poter svolgere i compiti che la legge le affida.

La verità è che l’unificazione è stata fatta senza tenere conto di quelle che potevano essere le attività vendibili del Corap. Questa è un’azienda che deve stare sul mercato, il Corap vive di quello che riesce a produrre sul territorio. Non ha trasferimenti né dello Stato né della Regione. 

Il Corap avrebbe dovuto essere riorganizzato in un contenitore con la certezza di entrate e di servizi. Se un’azienda deve stare sul mercato dovrebbe cominciare a fare una revisione della propria attività. Cercare di capire quali sono le quelle che non producono utili, quelle che devono essere tagliate, e poi valorizzare quello che di buono c’è. Ma senza questo tipo di attività sopravvivere è quasi impossibile. Se non si vendono terreni, se non si hanno progetti, di cosa può sopravvivere il Corap?

Però è anche vero che 90 milioni di passività non sono bruscolini, e certamente non possono essere stati creati dalla sera alla mattina. Se oggi il Corap è praticamente in liquidazione coatta un motivo ci dovrà pur essere. Questo di fatto è un ente privato. Non ha erogazioni pubbliche, non dipende da nessuna pubblica amministrazione. Ma subisce le ingerenze delle pubbliche amministrazioni, nella fattispecie della Regione. 

L’idea di avere un interlocutore unico che parla di sviluppo industriale è di per se un grande passo in avanti, ma dall’altra parte quella struttura bisogna che cammini speditamente. Questo di fatto è un ente privato.

Avrebbero dovuto ridefinire subito le funzioni, la legge avrebbe dovuto essere completata inserendo anche i costi e ricavi necessari per vivere, e su quello si poteva anche ragionare. Ma invece è stato fatto un generico accorpamento che deve gestire 16 aree industriali in tutta la Calabria, 5 Zone Economiche Speciali e deve farlo senza una lira. 

Con questo tipo di approccio e con il modello esistente non si riuscirà mai a rendere attrattiva la Calabria per investimenti industriali. Ad oggi,  chi vuole investire in Calabria, oltre a dover provvedere a circa 18 autorizzazioni di vari enti che non sono state snellite per nulla dall’agenzia unica istituita dalla regione per le attività produttive, si scontra con tanti altri muri. Uno su tutti è indicativo della situazione. Gioia Tauro avrebbe dovuto ospitare il quinto polo siderurgico d’Italia, mai realizzato perché immaginato in uno dei periodi di maggiore crisi del settore. Il porto sarebbe dovuto servire al centro siderurgico. Per costruire entrambi, nel lontano ’71, venne deliberato l’abbattimento di centinaia di ettari di uliveti e di agrumeti. Ebbene, ancora oggi, nella zona retroportuale di Gioia Tauro esiste il vincolo paesaggistico per la costruzione di insediamenti industriali. Tempi di risposta della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici: non quantificabili. In pratica è più semplice fare sei al Superenalotto. 

18 interlocutori per avviare una attività sono effettivamente troppi, anche per la Calabria, eppure nell’anno del Signore 2019 è ancora cosi. 

L’idea del Corap come unico interlocutore che possa snellire le procedure di avvio di una attività imprenditoriale, e che abbia tempi di risposta normali e veloci, è una ottima idea, però va riempito di contenuti, bisogna fare delle scelte. Una su tutte quelle di far rimanere fuori la politica. Un ente a cui affidare le 16 aree industriali calabresi, a cui dare in gestione le 5 Zes istituite in Calabria e che sono attive già da settembre scorso, ridefinendo i servizi da svolgere, mantenendo inalterato il core business con una struttura snella di non più di 30 persone. Svolgendo marketing territoriale, sviluppo industriale, rapporti giornalieri con Invitalia e con le Camere di Commercio. 

Vibo ha l’area di Porto Salvo che ricade nella Zes, ad oggi nessuno ha mai programmato un incontro per discuterne con gli imprenditori, per comunicare che dal 25 settembre è stata istituita la Zona Economica Speciale. Sempre su Porto Salvo insiste ancora un vincolo derivante dal post alluvione. 

Troppe sono le lungaggini e le zone d’ombra. Troppo spesso la politica utilizza come assumifici posti vitali per lo sviluppo della Calabria. Basti pensare che molti che lavorano al Corap, hanno anche un secondo lavoro che svolgono nella maggior parte dei casi in via privilegiata. 

Non è più possibile attendere oltre per avere un sistema funzionale e funzionante in questa regione. Il governo regionale che verrà dovrà necessariamente stabilire cosa fare del Corap, come rimodellarlo in base alle esigenze di sviluppo e di investimento. Forse sarà l’ultima possibilità per questa terra di poter attrarre investimenti produttivi, prima che le statistiche abbiano la meglio e che la Calabria diventi una landa desolata, desertificata e abbandonata da tutti, prima che i giovani migliori scappino definitivamente a fare le fortune di altri lidi. Prima che sia troppo tardi.

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Complice anche il fatto che fondamentalmente il Corap è in liquidazione coatta, che dovrebbe essere decretata ufficialmente a breve. Sulla situazione rifiuti nelle aree industriali di Jonadi e Porto Salvo le poche anime che ci degnano di una risposta affermano che più volte hanno rappresentato la situazione disastrosa al sindaco Limardo, e che altrettante volte è stato il Corap stesso a provvedere alla rimozione delle micro discariche che nascevano nella zona. Poi niente più. Oggi, le aree industriali del vibonese versano in quelle condizioni che vi abbiamo mostrato ampiamente. Quanto allo spopolamento degli insediamenti industriali, le voci sono contrastanti. 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Con l’accorpamento nel Corap delle diverse anime dei vecchi Consorzi di Sviluppo, che hanno portato in dote anche un carico debitorio accumulato negli anni, si è andati incontro inevitabilmente ad un rallentamento di tante attività e purtroppo non ci si è trovati pronti ad avere una nuova linfa per poter lavorare al meglio. La prossima giunta regionale, una decisione in merito al futuro del Corap ,dovrà prenderla necessariamente. Ci sono attività in capo all’azienda che non possono essere fermate, di contro, bisogna che la stessa sia messa in condizione di poter svolgere i compiti che la legge le affida. La verità è che l’unificazione è stata fatta senza tenere conto di quelle che potevano essere le attività vendibili del Corap. Questa è un’azienda che deve stare sul mercato, il Corap vive di quello che riesce a produrre sul territorio. Non ha trasferimenti né dello Stato né della Regione.  Il Corap avrebbe dovuto essere riorganizzato in un contenitore con la certezza di entrate e di servizi. Se un’azienda deve stare sul mercato dovrebbe cominciare a fare una revisione della propria attività. Cercare di capire quali sono le quelle che non producono utili, quelle che devono essere tagliate, e poi valorizzare quello che di buono c’è. Ma senza questo tipo di attività sopravvivere è quasi impossibile. Se non si vendono terreni, se non si hanno progetti, di cosa può sopravvivere il Corap? Però è anche vero che 90 milioni di passività non sono bruscolini, e certamente non possono essere stati creati dalla sera alla mattina. Se oggi il Corap è praticamente in liquidazione coatta un motivo ci dovrà pur essere. Questo di fatto è un ente privato. Non ha erogazioni pubbliche, non dipende da nessuna pubblica amministrazione. Ma subisce le ingerenze delle pubbliche amministrazioni, nella fattispecie della Regione.  L’idea di avere un interlocutore unico che parla di sviluppo industriale è di per se un grande passo in avanti, ma dall’altra parte quella struttura bisogna che cammini speditamente. Questo di fatto è un ente privato. Avrebbero dovuto ridefinire subito le funzioni, la legge avrebbe dovuto essere completata inserendo anche i costi e ricavi necessari per vivere, e su quello si poteva anche ragionare. Ma invece è stato fatto un generico accorpamento che deve gestire 16 aree industriali in tutta la Calabria, 5 Zone Economiche Speciali e deve farlo senza una lira.  Con questo tipo di approccio e con il modello esistente non si riuscirà mai a rendere attrattiva la Calabria per investimenti industriali. Ad oggi,  chi vuole investire in Calabria, oltre a dover provvedere a circa 18 autorizzazioni di vari enti che non sono state snellite per nulla dall’agenzia unica istituita dalla regione per le attività produttive, si scontra con tanti altri muri. Uno su tutti è indicativo della situazione. Gioia Tauro avrebbe dovuto ospitare il quinto polo siderurgico d’Italia, mai realizzato perché immaginato in uno dei periodi di maggiore crisi del settore. Il porto sarebbe dovuto servire al centro siderurgico. Per costruire entrambi, nel lontano ’71, venne deliberato l’abbattimento di centinaia di ettari di uliveti e di agrumeti. Ebbene, ancora oggi, nella zona retroportuale di Gioia Tauro esiste il vincolo paesaggistico per la costruzione di insediamenti industriali. Tempi di risposta della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici: non quantificabili. 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