Si aspettava l’esito delle elezioni umbre, e l’esito è arrivato. Si diceva: dopo l’Umbria, in Calabria sarà tutto più chiaro. Sicuro. Sarà certamente così. Basta che si risolvano alcune elementari questioni. Alcune pratiche, altre di principio. Le enumeriamo, non in ordine di importanza.

Prima questione. Se Pd e M5S riusciranno a mettersi d’accordo su un nome comune di candidato alla presidenza. Più probabile che non ci riescano, perché non lo ritengono più conveniente, per motivi diversi ma convergenti.

Seconda questione. Se Mario Oliverio deciderà comunque di candidarsi, volente o nolente la segreteria nazionale del Pd e i suoi emissari in periferia, Graziano e Oddati. È altamente probabile che sì, l’uscente non rinuncerà al suo ruolo di aspirante a subentrare a se medesimo. È forte di esperienza, radicamento in parte del territorio, avamposti con fasce tricolori nell’altro, detiene i cordoni della borsa finanziaria. Con buona pace delle biografie agiografiche, non ha brillato nell’azione di governo. Ma da quando si è intestardito a volere giocare il secondo tempo della partita, non ha sbagliato una mossa.

Terza questione. Se Pippo Callipo realmente vuole mettere realmente il suo nome in testa alla lista che sarà da traino al rinnovato anelito al civismo puro che sembra essere l’ancora cui si vuole aggrappare il M5S, come da dichiarazione ultima della senatrice Bianca Laura Granato. Indizi vari suggeriscono di sì. Qualora l’accordo, di cui alla questione prima, non si chiuda Callipo correrà per i 5S e per i civici a seguito.

Quarta questione. Se il prefetto in pensione Giuseppe Gualtieri considerato l’attuarsi della questione terza, accetterà di essere il candidato di Pd ufficiale con imprimatur Zingaretti. Non si hanno notizie dirette, ma spifferi amicali suggeriscono una positiva tendenza all’accettazione dell’improbo compito. Del resto, Gualtieri ha già dato prova di coraggio, determinazione e sprezzo del pericolo.

Quinta questione. Se basterà l’abbuffata umbra a suggerire alla destra centro di insistere per la Calabria sulla via unitaria sacrificando, in nome della vittoria facile, egoismi e veti perentori. Molto facile che il veto di Salvini verso Occhiuto permanga come peso indigesto sullo stomaco della coalizione, tanto da portarla a non presentarsi compatta ai nastri di partenza.

Sesta questione. Se con il verificarsi di quanto prospettato nella questione quinta il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto decida di buttare il cuore oltre il ponte di Calatrava e correre per la presidenza, alla faccia di Capitan Salvini. Pregresse esperienze e attuali prospettive propendono a far ritenere che Occhiuto – e con lui la parte storica di Forza Italia regionale – sia pronto a dare l’assenso all’invito, che dico, all’invocazione che gli giunge dai Comitati pro Occhiuto messi su da più di un anno. Tanto spreco sarebbe un peccato.

Settima questione. Se il personalismo, malattia infantile del campanilismo, porterà il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo a dare pan per focaccia, portando allo scoperto le intese sotterranee intessute con la Lega in queste settimane di attesa taciturna e cocciuta. Con lui Lega, Fratelli d’Italia e quel ramo di centro destra che volge verso Gentile a Cosenza e verso Aiello a Catanzaro.

Ecco, risolte tutte le sette questioni prospettate, l’enigma Calabria sarà chiarificato come il burro degli chef stellati. Considerato il meccanismo elettorale, che non prevede il ballottaggio e consente a chi riporta un voto in più di essere eletto Presidente della Regione Calabria, non è impossibile che si presentino tutti insieme: Oliverio, Occhiuto, Callipo, Gualtieri, Abramo. Senza dimenticare il geologo Carlo Tansi e l’imprenditore Giovanni Nucera che fanno corsa a sé.

Sono sette come i nani di Biancaneve. A meno che alla fine non sbuchi l’Ottavo nano. Il copyright è di Paolo Guzzanti.

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