Il Partito democratico non sta rendendo un buon servizio a se stesso, ai suoi elettori, alla politica e alla Calabria. Lo spettacolo offerto nelle ultime 24 ore è solo l’epilogo di un canovaccio allestito ormai da troppo tempo e che, francamente, più che stimolare l’attesa per la prossima scena, annoia. Gli unici forse a non annoiarsi sono gli uomini dell’apparato, gli uomini e le donne naturalmente. Che hanno smarrito il senso del loro impegno, inseguendo ormai solo il mantenimento del loro piccolo (o grande) spazio di potere, se non semplicemente la loro visibilità sociale e la loro sostenibilità economica. 

Abbiamo sin qui detto del Pd senza specificare di quale Pd parliamo. In effetti è un po’ generico, ma l’ambiguità è nelle cose, perlomeno fino a quando le due parti in conflitto continueranno a legittimare il contenzioso apponendo a ogni atto il timbro dell’appartenenza. 

La direzione provinciale dem di Cosenza decide di candidare Mario Oliverio appellandosi allo statuto che preserva la candidatura al presidente uscente  e ammettendo al limite le primarie qualora ci siano altri candidati. Lo fa in un documento di sintesi di una riunione presieduta dal segretario Luigi Guglielmelli e nel corso della quale, Oliverio silente, la deputata Bruno Bossio si sarebbe lasciata andare a ricostruzioni, riguardo a una pesante interferenza del procuratore Nicola Gratteri avallata dalla segreteria nazionale del Pd, quantomeno inopportune se non accompagnate da riscontri oggettivi. La questione sta sfuggendo di mano agli stessi protagonisti immettendo un sovrappiù di complottismo che tra l’altro inquina la sostanziale indipendenza degli poteri dello Stato. L’auspicio è che ci si fermi in tempo prima di intraprendere una strada difficile e vischiosa. 

Ma è evidente che non esiste solo il Pd di Cosenza, o meglio il Pd della direzione provinciale. Il Pd in Calabria è commissariato, come molte cose in questa regione che non funzionano come dovrebbero. Il commissario si chiama Stefano Graziano, è un consigliere regionale campano, è stato per una legislatura deputato. Diciamo la verità: nel ruolo di commissario non ha brillato per iniziativa e autorevolezza. Tanto che il principale compito che doveva assolvere, accompagnare il Pd calabrese al congresso, è stato clamorosamente mancato. Perché urgono le elezioni regionali, si dirà. Ma anche qui il lavoro portato a termine, al netto di riunioni a Lamezia e di note stampa, lascia a desiderare, considerato il punto in cui si trova il partito a due mesi abbondanti dalla scadenza. Tanto è vero che la segreteria nazionale gli ha affiancato nel compito di sbrigare le pratiche elettorali due uomini di sicura esperienza e per di più molto addentro alle cose calabresi, quali Giovanni Puccio e Franco Iacucci. 

Ebbene, esiste naturalmente il Pd nazionale, rappresentato per le nostre vicende, al momento, da Graziano e da Nicola Oddati, responsabile della segreteria per il Sud. Il Pd nazionale, ricordiamo, è il titolare del simbolo e nella figura del segretario detiene la responsabilità della linea politica e delle decisioni ultime, secondo le regole interne. Oddati ha diffuso ieri una nota, nella quale è scritto che la decisione della direzione provinciale di Cosenza è «da ritenersi incompatibile e in aperto contrasto con la scelta assunta dal commissario regionale e dalla segreteria nazionale», e nella quale ribadisce che mai Oliverio sarà il candidato del Pd per le elezioni regionali. 

A questo punto non si comprende realmente di cosa si stia parlando. Il lettore può da solo trarne le giuste conseguenze. Da mettere tra l’altro in relazione a quanto filtra dal M5S regionale, nel quale nell’ultima settimana si sono fatte sentire le voci che, in contrasto con i proclami del capo politico Di Maio, mantengono pervio lo spiraglio dell’accordo con il Pd qualora ci sia una comune apertura al civismo e qualora venga superata l’esperienza di Oliverio. Considerato quanto promette Oddati sul finire della nota – «Nei prossimi giorni sarà riconvocata una riunione per fare il punto della situazione in merito alla nuova candidatura a presidente, alla formazione della coalizione e delle liste» – c’è da ritenere che presto avremo un nome nuovo del Pd. Se sarà in coabitazione con quello del M5S, sarà motivo di osservazione da qui alla riunione di cui parla Oddati. 

Rimane l’incognita di Oliverio, che poi vuol dire Guglielmelli, Aieta, Bruno Bossio, Adamo e, certo, tutto il movimento di sindaci, apparati, militanti, messi in mostra in questi mesi di manovre pre elettorali. Ci vorrebbe un bagno di umiltà e di umana rassegnazione per riportare a unità un quadro così frantumato. In tutta onestà, non se ne vedono i presupposti.

Sullo sfondo, c’è la disarmante inconcludenza e insignificanza della politica calabrese. Male condiviso in modo equanime a destra, a sinistra e anche in quel mezzo in cui si colloca il M5S. Tutto viene deciso a Roma. Non per responsabilità dei moderni cesari, ma per l’apatica connivenza dell’ultima provincia dell’impero.

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L’auspicio è che ci si fermi in tempo prima di intraprendere una strada difficile e vischiosa.  Ma è evidente che non esiste solo il Pd di Cosenza, o meglio il Pd della direzione provinciale. Il Pd in Calabria è commissariato, come molte cose in questa regione che non funzionano come dovrebbero. Il commissario si chiama Stefano Graziano, è un consigliere regionale campano, è stato per una legislatura deputato. Diciamo la verità: nel ruolo di commissario non ha brillato per iniziativa e autorevolezza. Tanto che il principale compito che doveva assolvere, accompagnare il Pd calabrese al congresso, è stato clamorosamente mancato. Perché urgono le elezioni regionali, si dirà. Ma anche qui il lavoro portato a termine, al netto di riunioni a Lamezia e di note stampa, lascia a desiderare, considerato il punto in cui si trova il partito a due mesi abbondanti dalla scadenza. 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