Povera Calabria. Non bastassero i guai economici e sociali, di burocrazia malata e di criminalità organizzata, l’ultima iattura è l’insufficienza politica. La politica calabrese non basta più a se stessa, ha bisogno di un sostegno esterno, del famigerato “aiutino”, altrimenti non regge. L’istituto del commissariamento, originariamente confinato alla gestione temporanea di enti, istituti e comuni ammalorati, da qualche tempo si applica con disinvoltura a partiti e movimenti, talvolta dichiaratamente (è il caso del Pd e della Lega), talvolta subdolamente e nei fatti, come sta accadendo nel fibrillante mondo del centro destra.

Centro destra, fin quando c’è Forza Italia occorre chiamare così la coalizione che comprende Fratelli d’Italia e Lega, che non trova pace in Calabria da almeno otto mesi, da quando in aprile Mario Occhiuto pensò al bagno di folla lametino per proclamarsi candidato unico della coalizione. Mal gliene incolse. Inutile ripercorrere le tappe ricche di tornanti e di asperità varie del tour pre elettorale del sindaco di Cosenza e del suo omologo catanzarese Sergio Abramo che ancora non ha trovato pace nel traguardo, perché la combine delle diverse squadre ne ha impedito il normale epilogo.

Nell’incapacità di gestire autonomamente la dialettica interna, si è scelto, o si è subìto che è lo stesso, di non scegliere e di devolvere tutto ai vertici nazionali dei tre partiti. Anzi a un mitico, e a questo punto fantomatico, vertice a tre Salvini Meloni Berlusconi che è come l’araba fenice proiettata al futuro, si dice che ci sarà ma quando e dove nessuno lo dice. Notoriamente, della Calabria in sé importa poco o nulla, tanto che la sua citazione nei discorsi generali dei leader sulle regionali è sempre venuta dietro sollecitazione diretta da parte dell’intervistatore di turno. Importa, della Calabria, nell’ambito della scacchiera su cui vengono posizionate le pedine di spartizione del potere. Ma forse il gioco da tavolo che più si addice al quadro è il Risiko. Mettete al posto della Jacuzia la Calabria e l’effetto è assicurato, soltanto un po’ meno esotico. 

Ieri l’attenzione del mondo politico calabrese era tutta spostata, nuovamente, su Roma, dove le più attente vedette di fumo all’orizzonte segnalavano la presenza di molti esponenti impegnati nella contesa, tra cui gli stessi Abramo e Occhiuto. Dall’altra parte, però, a meno di non rinvenire il dono dell’ubiquità in Salvini Meloni e Berlusconi che poco ci manca, c’erano i cosiddetti luogotenenti o colonnelli, coloro che parlano in vece di ma non ne hanno l’autorità. Con il risultato assicurato che per tutta la giornata di ieri le crepe finora sottaciute e sottintese si sono esplicitate in dichiarazioni al veleno. Da parte di Mimmo Tallini, Claudio Parente, Cristian Invernizzi. 

Per la prima volta, poi, le parallele ambasce del centro sinistra, nella querelle anch’essa estenuante tra Oliverio e Zingaretti, hanno fatto emergere ciò che questo giornale ha più volte indicato come uno sbocco, difficile ma possibile, delle contese in atto. Ovvero la cosiddetta “Variabile MO-MO”, da intendere come un’alleanza prettamente elettorale dei due grandi esclusi dal gioco dei partiti: Mario Oliverio e Mario Occhiuto. Ma questo è un altro discorso.

Al momento, qui preme sottolineare l’irrilevanza della politica calabrese nello scenario nazionale. A qualcuno, sbagliando, potrà sembrare una questione secondaria. Noi riteniamo, viceversa, che dovrebbe preoccupare parecchio, in tempi nei quali il leaderismo vero o presunto è tornato ad assumere connotati importanti.

     

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