Guerra tra bande. Non ci sarebbe altro modo per definire quanto sta succedendo tra Pd e Oliverio. Ma ci asterremo dal farlo. Perché siamo rispettosi delle storie di tutti, e in particolare tra soggetti politici e personalità che rappresentano il capitolo corrente di tradizioni antiche e gloriose.
E quindi? Come definire l’ultimo tratto di questa tenzone? Il termine non è usato a sproposito. Perché la lotta in atto, senza esclusione di colpi, ha il sapore delle giostre medievali, che iniziano con le sfilate cortesi e finiscono a lance in resta, o, se preferite, a pesci in faccia. Manca solo l’ordalia, e il quadro è completo.
Quale strategia adeguatamente comprensibile può essere invocata alla divulgazione di un sondaggio, commissionato dal Pd, che certifica il basso gradimento dei calabresi verso Mario Oliverio? Non era già tutto molto chiaro, senza mettere il bollino di un istituto di ricerca, prestigioso e autorevole ma pur sempre pagato per certificare quanto già è nell’aria, nei pensieri, nel cuore delle persone? Dire male di Oliverio e della sua giunta – al termine dell’esperienza quando notoriamente i calabresi non concedono lasciapassare a chi ha governato – è come tirare un calcio di rigore a porta vuota perché l’arbitro ha espulso gli undici avversari. Si dirà: il paragone non regge perché non sta nelle regole, la partita non si può svolgere quando in campo non rimane l’avversario. Ma è proprio quello che è successo nel Pd in questa vicenda ante elezioni. Pur di non candidare Oliverio – e nessuno ha ancora detto perché non lo si vuole candidare, tanto da affidarsi adesso al paravento dei numeri e della statistica, al costo di invocare scenari retro scenici di congiure politico giornalistico giudiziarie – si è amplificato attraverso il giornale più letto a sinistra il discredito su un governo retto da un esponente della direzione nazionale, sostenuto da molti circoli, etcetera etcetera, come da contro propaganda di marca oliveriana.
Si badi bene, non è prendere le difese di Oliverio e della sua azione amministrativa. Nel corso di questi cinque anni ne abbiano visto e registrato di cotte e di crude. Molte cotte dovute alla situazione oggettivamente difficile della Calabria, molte crude direttamente intestabili al presidente e al cerchio poco magico e molto illusionistico che lo ha circondato.
Ma l’insistenza del precludergli la strada più piana, le primarie come da tradizione, per inerpicarsi in sentieri tortuosi affidandosi a un pastore non padrone dei luoghi e delle circostanze, ha finito paradossalmente per assegnare a Oliverio il mantello della vittima che al momento è restio a indossare ma non si sa mai. Speriamo che nessuno gli consigli questo ultimo cambio di look. Che ha la sua importanza. Se è vero come è vero che in cima ai desiderata dell’asse Zingaretti Oddati Graziano Di Maio Morra c’è stato, o c’è ancora, uno stilista specializzato in cravatte. Cambio di look che Oliverio ha già sperimentato, come ha ricordato Marcello Furriolo in occasione della presentazione dell’agiografia oliveriana scritta da Michele Drosi. Riferendosi alle mutate stagioni politiche, l’ex sindaco di Catanzaro e notevole esponente della DC prima Repubblica, ha ricordato l’Oliverio d’antan dall’irrinunciabile maglione a collo alto, paragonandolo all’attuale, vestito con inappuntabili capo spalla di fine sartoria. Stava meglio prima, o adesso? Come ben si comprende, la questione è del tuto secondaria.

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