Con metafora abusata, si potrebbe dire che nel Pd calabrese volano gli stracci. Sbagliando. Dove andranno a pescare gli stracci, quando ormai è chiaro che il Pd è nudo? Come il re della favola di Andersen, smascherato dall’ingenua verità di un bambino. Con la differenza che qui, nella fattispecie, ingenuo non è nessuno. Anzi, a vederla con un minimo di distacco, il panel dei protagonisti è fatto di lupi in un mondo di lupi, in una gara al massacro, col solo scopo, a questo punto, di versare l’ultima goccia di sangue un minuto dopo aver visto l’altro morire esangue.
Seguiamo lo svolgimento dei fatti.
Mercoledì Oliverio e Zingaretti si incontrano a Roma. Luogo imprecisato, ma non è questo l’importante. È l’ultimo tentativo di riconciliazione dopo avere fatto a spallate per tutta l’estate e per tutto l’autunno. Nelle intenzioni dei promotori si cerca di infilare il governatore uscente nell’unica stretta via che gli consenta un’uscita di scena dignitosa. Non solo a lui, ma al variegato mondo che in questi mesi l’ha nutrito di report generosi ma poco attendibili, secondo un copione storicizzato, che si ripete a ogni lustro, con periodicità costante, finora implacabile. Di quali pietre sarebbe potuta essere lastricata questa stretta via non possiamo sapere. Certo è che l’unico ad avere in qualche modo fornito ragguagli, il consigliere regionale Giudiceandrea, ha
descritto un incontro certo spigoloso ma improntato a reciproco riconoscimento, con la chiara intenzione di non arrivare al punto di rottura, dalle conseguenze facilmente immaginabili in termini di resa elettorale. Senza contare che ambedue, Oli e Zinga, hanno qualcosa da guadagnare. Zingaretti dopo la decimazione di candidati si ritrova con un affollato deserto di sagome senza volto. Oliverio sa di avere contro la gran parte del partito, anche solo considerando le firme dei segretari a suo sostegno, un centinaio, rispetto al numero totale dei circoli calabresi. Un rapporto di 4 a 1.
Questo mercoledì. Tra metà settimana e sabato succedono due cose che intorpidiscono l’acqua nella piccola oasi faticosamente raggiunta. Oliverio annuncia l’inaugurazione del Comitato elettorale a Lamezia Terme, zona aeroporto, e ne fissa la data, per il 3 dicembre. Data limite, ovviamente, oltrepassata la quale, il dado è bello e tratto. E la minestra si può buttare dalla finestra.
Sabato, come descritto su queste pagine dallo stesso autore, Pippo Callipo annuncia agli uomini di buona volontà la sua disponibilità a mettersi a capo di un raggruppamento di partiti, movimenti e gruppi che vogliono assecondarlo. Zingaretti, ammaliato da questo canto di sirene, non resiste, scioglie ormeggi e dubbi e proclama la calorosa adesione sua e del Pd.
Da qui a ieri, 3 dicembre, appunto, la macchina del disastro, priva di freni inibitori, imboccato il dirupo ha iniziato a rotolare sempre più velocemente verso l’impatto che si presume rovinoso: Zingaretti venerdì sarà a casa Callipo per lanciare il candidato, preceduto dal commissariamento delle due federazioni ribelli di Cosenza e Crotone; Oliverio inaugura la centrale elettorale con un discorsetto niente male, bastone e carota, molto bastone verso Callipo e chi ne ha incrementato la portata, e poca carota, la concessione di poter valutare una personalità alternativa fatto salvo un cambio di tono e atteggiamento del partito nazionale nei suoi confronti.
Fare previsioni su come si procederà da qui a Santo Stefano, data limite per la presentazione delle liste, è cosa ardua e francamente inutile. Meglio attenersi ai fatti come si presentano nel loro svolgersi. Di certo, una volta finito il bailamme elettorale che sia come sia, qualcuno venuto da chissà dove e chissà come dovrà prendersi cura del Pd calabrese, nudo tremebondo e febbricitante, raccoglierne gli stracci e iniziare l’opera di pietosa, faticosa, vestizione.

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