Se c’è una cosa unificante in questo estenuante preludio elettorale calabrese è l’uso d’obbligo del condizionale quale modo verbale adatto a descriverlo. Con evidente deroga a una delle prescrizioni fondamentali per l’esercizio della professione, ovvero quella di servirsene il meno possibile.
Detto questo, l’alternativa a ben veder sarebbe quella di seguire la massima di Walter Benjamin, abusata perché spesso citata fuori contesto, come si sta facendo in questo esatto momento in cui leggete: «Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Una parola. Il teatrino della politica reclama un’attenzione continua su tutto ciò che passa sulla scena: parole, opere e omissioni, soprattutto queste ultime, il detto e il non detto, il ripreso e quello da non riprendere, come nell’aula di Palermo, nella quale uno stanco Berlusconi ha volontariamente rinunciato a quello che ha sempre amato di più: apparire in televisione, essere ripreso, con bandana o senza.
Detto questo, diciamo subito che tra oggi e domani molto del sospeso sarà definito. Dovrebbe essere definito, meglio. Come da condizionale.

In casa destra-centro, innanzitutto. A Bologna, alle 20,30, al Pala Dozza, si apre la mega convention che affiderà alla senatrice leghista Lucia Bergonzoni l’onere di sfidare Stefano Bonaccini, Pd, presidente dell’Emilia Romagna uscente, con l’intento di non farlo rientrare. Silvio Berlusconi, hanno detto i leader calabresi e ha confermato lui stesso alla Camera, affronterà con Salvini il nodo Occhiuto. Il candidato deve sceglierlo Forza Italia, come da accordi inveterati, ma serve il placet della Lega. Se non sarà Mario, come sembra ormai assodato, sarà il fratello Roberto. C’è pace in famiglia, perché disturbarla. Silvio si è fatto garante. Occorre solo verificare quanto ancora pesa la volontà dell’anziano leader nei confronti dei rampantissimi rampolli Matteo e Giorgia. L’alternativa, sempre in posta, è il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo.

C’è poi l’inghippo M5S. Dove si naviga in acque incerte più che in ogni altro specchio d’acqua. Di Maio è tentato di non partecipare alle regionali in Calabria, perché vede nero. Gli dà manforte, pare, Nicola Morra, il cui verbo parafilosofico sembra avere buona presa tra la rimanente agorà parlamentare calabrese. L’ultimo ostacolo al disimpegno diretto, il lungo corteggiamento a Pippo Callipo, è stato rimosso dalla rinuncia esplicita dell’imprenditore napitino. E il risultato monstre all’invero di Lamezia completa le ragioni del capo politico. Domani Di Maio ascolterà le voci dei parlamentari calabresi, per decidere in via ultimativa. Rimane la possibilità che in qualche modo i grillini si impegnino nella competizione, ma non con il simbolo pentastellato, ma sotto una costellazione civica. Una partecipazione mascherata, non proprio il massimo per una formazione che faceva della trasparenza l’articolo uno del codice di comportamento.

Infine, coté Partito democratico. Una telenovela stucchevole per la quale è sempre tardi mettere la parola fine. Di sicuro Oliverio, governatore uscente, caso unico negli annali, sfiduciato dal suo partito, non correrà con il simbolo di casa, pur essendo ancora a pieno titolo componente della direzione nazionale. Voce concorde non smentita dall’interessato vuole che l’editore Florindo Rubbettino, di cui si dice stia incontrando in queste ore il segretario, sia il famoso “papa nero” più volte evocato per definire la personalità “civica” cui affidare l’improbo compito di affrontare una destra montante nei sondaggi e nelle aspettative. Dei tanti via via indiziati del potenziale incarico, tra cui un “re delle cravatte” addirittura, l’altro che non ha mai detto né sì né no, è l’ex prefetto catanzarese Giuseppe Gualtieri. A questo punto, considerato il disimpegno prospettato dai 5Stelle sulla riproposizione del patto giallo rosso in chiave calabrese, ci si attendere una salutare botta d’autonomia da parte di Zingaretti, Oddati e Graziano. Finora hanno praticamente optato per la genuflessione verso gli alleati di governo. E non è detto che non continuino in questo atteggiamento francamente poco confacente alle tradizioni e tra l’altro non conseguente alle ultime dinamiche elettorali che, nel mentre affossano il M5S, sembrano indicare una sia pur modesta risalita dell’elettorato dem.

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Il teatrino della politica reclama un’attenzione continua su tutto ciò che passa sulla scena: parole, opere e omissioni, soprattutto queste ultime, il detto e il non detto, il ripreso e quello da non riprendere, come nell’aula di Palermo, nella quale uno stanco Berlusconi ha volontariamente rinunciato a quello che ha sempre amato di più: apparire in televisione, essere ripreso, con bandana o senza. Detto questo, diciamo subito che tra oggi e domani molto del sospeso sarà definito. Dovrebbe essere definito, meglio. Come da condizionale. In casa destra-centro, innanzitutto. A Bologna, alle 20,30, al Pala Dozza, si apre la mega convention che affiderà alla senatrice leghista Lucia Bergonzoni l’onere di sfidare Stefano Bonaccini, Pd, presidente dell’Emilia Romagna uscente, con l’intento di non farlo rientrare. Silvio Berlusconi, hanno detto i leader calabresi e ha confermato lui stesso alla Camera, affronterà con Salvini il nodo Occhiuto. Il candidato deve sceglierlo Forza Italia, come da accordi inveterati, ma serve il placet della Lega. Se non sarà Mario, come sembra ormai assodato, sarà il fratello Roberto. C’è pace in famiglia, perché disturbarla. Silvio si è fatto garante. Occorre solo verificare quanto ancora pesa la volontà dell’anziano leader nei confronti dei rampantissimi rampolli Matteo e Giorgia. L’alternativa, sempre in posta, è il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo. C’è poi l’inghippo M5S. Dove si naviga in acque incerte più che in ogni altro specchio d’acqua. Di Maio è tentato di non partecipare alle regionali in Calabria, perché vede nero. Gli dà manforte, pare, Nicola Morra, il cui verbo parafilosofico sembra avere buona presa tra la rimanente agorà parlamentare calabrese. L’ultimo ostacolo al disimpegno diretto, il lungo corteggiamento a Pippo Callipo, è stato rimosso dalla rinuncia esplicita dell’imprenditore napitino. E il risultato monstre all’invero di Lamezia completa le ragioni del capo politico. Domani Di Maio ascolterà le voci dei parlamentari calabresi, per decidere in via ultimativa. Rimane la possibilità che in qualche modo i grillini si impegnino nella competizione, ma non con il simbolo pentastellato, ma sotto una costellazione civica. Una partecipazione mascherata, non proprio il massimo per una formazione che faceva della trasparenza l’articolo uno del codice di comportamento. Infine, coté Partito democratico. Una telenovela stucchevole per la quale è sempre tardi mettere la parola fine. Di sicuro Oliverio, governatore uscente, caso unico negli annali, sfiduciato dal suo partito, non correrà con il simbolo di casa, pur essendo ancora a pieno titolo componente della direzione nazionale. Voce concorde non smentita dall’interessato vuole che l’editore Florindo Rubbettino, di cui si dice stia incontrando in queste ore il segretario, sia il famoso “papa nero” più volte evocato per definire la personalità “civica” cui affidare l’improbo compito di affrontare una destra montante nei sondaggi e nelle aspettative. Dei tanti via via indiziati del potenziale incarico, tra cui un “re delle cravatte” addirittura, l’altro che non ha mai detto né sì né no, è l’ex prefetto catanzarese Giuseppe Gualtieri. A questo punto, considerato il disimpegno prospettato dai 5Stelle sulla riproposizione del patto giallo rosso in chiave calabrese, ci si attendere una salutare botta d’autonomia da parte di Zingaretti, Oddati e Graziano. Finora hanno praticamente optato per la genuflessione verso gli alleati di governo. E non è detto che non continuino in questo atteggiamento francamente poco confacente alle tradizioni e tra l’altro non conseguente alle ultime dinamiche elettorali che, nel mentre affossano il M5S, sembrano indicare una sia pur modesta risalita dell’elettorato dem. 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