Una giornata convulsa, quella di ieri, sul fronte politico regionale. Non fosse altro perché è passato senza colpo ferire l’ultimo giorno utile per fissare le elezioni il 15 dicembre. È una prerogativa del presidente in carica e ieri non l’ha esercitata. Anzi su questo punto Mario Oliverio si è lasciato sopraffare dall’ovvietà, affermando che oltre il 26 gennaio non si può andare. Il problema se mai era individuare una data anteriore. Che non sia possibilmente il 22 dicembre, per carità di patria e di religione. Oliverio, sempre ieri, a margine di un conferenza stampa a Catanzaro, è tornato a battere sul chiodo fisso del richiamo alla realtà, invito rivolto a Nicola Zingaretti non senza un certo pathos allusivo alla comune provenienza dalle tradizioni e dalla prassi del partito comunista. Appare irreale, a Oliverio, insistere con i 5S quando proprio non ne vogliono sapere. Anche perché l’eventuale e altamente improbabile accordo lo escluderebbe automaticamente. 

Prassi è un termine che ha usato, sempre ieri, Giuseppe Aieta, sempre in utile contrasto con un’apparente volatilità delle posizioni attendiste del segretario nazionale. Aieta e Michele Mirabello, separatamente ma in modo convergente, si sono scagliati contro l’evenienza consuetudinaria dei pellegrinaggi romani in assenza di anno santo ma con epicentro Largo del Nazareno. Eppure, uno dei frutti di questi viaggi in comitiva è da annoverare proprio al ritorno con i piedi per terra auspicato da Oliverio, Mirabello e Aieta. Cosa è infatti l’inedito trio formato da Stefano Graziano, Franco Iacucci e Giovanni Puccio se non la presa di coscienza dell’incapacità dell’attuale commissario di ricercare una via percorribile per il Pd calabrese che non sia quella di essere supinamente in attesa di un cenno da parte del M5S? 

Da questa parte del campo, nell’apparente immobilismo determinato dal deciso no del capo politico alla riproposizione del patto giallo rosso alle regionali dopo il disastroso esordio in Umbria, qualcosa sotto traccia sembra muoversi, complice l’allargarsi della fronda verso Luigi Di Maio, proveniente da diversi settori del Movimento, in particolar modo dai gruppi parlamentari. In sintesi, guardando alla cruda realtà dei dati e delle tendenze elettorali, l’unica speranza di non perdere facile è insistere sulla coalizione al governo. A parte l’autocandidata e pertanto autoesclusa Dalila Nesci, ad andare controcorrente sono stati il cosentino Riccardo Tucci e la reggina Federica Dieni, i quali sono ancora possibilisti, individuando in Pippo Callipo la figura che possa fare convergere dem e pentastellati in Calabria. Certo, con tutte le cautele enumerate da Laura Ferrara nell’intervista rilasciata a questo giornale e che domani sarà proposta integralmente sulla web tv di Noidicalabria.it. La chiave di volta è il cambio di paradigma in casa Pd. Qualora i dem riuscissero a spogliarsi del gravame rappresentato dai cinque anni di governo Oliverio, con una seria proposta di rinnovamento sia interno sia programmatico, si potrebbe ancora ragionare. 

Da questo punto di vista è sintomatico che anche il principale indiziato abbia sentito il bisogno di far sentire la sua voce. Certo, Pippo Callipo lo ha fatto con il consueto stile tra il burbero e il risentito: niente da spartire con questa politica arruffona e inconcludente, ma se c’è un accordo tra i calabresi onesti e laboriosi perché no? Insomma, c’è un filo tenue che ancora tiene aperta l’asola su cui far passare l’ago giallo rosso, perlomeno in Calabria. Non è il cammello nella cruna, quindi l’impresa apparirebbe leggermente più a portata di mano. 

Nell’asola si è prontamente infilato il deputato dem Antonio Viscomi, già vicepresidente di giunta e svicolato alla prima occasione utile. Rimane l’intoppo elefantiaco, certo, costituito da Oliverio. Il quale, è evidente, viaggia sui binari di un’altra ferrovia, convinto che le contrade che attraversa, i sindaci che incontra, i borghi che riveste a festa, siano la vera realtà a cui si appiglia e alla quale si appella. 

Insomma, a questo punto in Calabria non solo ci sono due Pd, ma che anche la realtà si è come sdoppiata. Una sorta di distopia contemporanea e conterranea. Ci vorrebbe un giudice terzo o un arbitrato neutrale per stabilire il tasso di veridicità delle due visioni. Ma non c’è tempo. E il giudizio passa inevitabilmente attraverso le urne.

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Cosa è infatti l’inedito trio formato da Stefano Graziano, Franco Iacucci e Giovanni Puccio se non la presa di coscienza dell’incapacità dell’attuale commissario di ricercare una via percorribile per il Pd calabrese che non sia quella di essere supinamente in attesa di un cenno da parte del M5S?  Da questa parte del campo, nell’apparente immobilismo determinato dal deciso no del capo politico alla riproposizione del patto giallo rosso alle regionali dopo il disastroso esordio in Umbria, qualcosa sotto traccia sembra muoversi, complice l’allargarsi della fronda verso Luigi Di Maio, proveniente da diversi settori del Movimento, in particolar modo dai gruppi parlamentari. In sintesi, guardando alla cruda realtà dei dati e delle tendenze elettorali, l’unica speranza di non perdere facile è insistere sulla coalizione al governo. 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