I carrelli della spesa degli italiani sono sempre più vuoti. Il perdurare della crisi che attanaglia il Paese da più di dieci anni, ha portato al crollo repentino dei consumi delle famiglie che è stato quantificato, dalla CGIA di Mestre, in ben 21,5 miliardi di euro. Un taglio netto ai consumi questo definito dall’ultimo report sui consumi elaborato dalla CGIA, che descrive uno scenario drammatico sul settore terziario italiano partendo dal 2007 (anno pre-crisi). 

Nel 2018, la spesa complessiva dei nuclei familiari italiani è stata pari a poco più di 1.000 miliardi di euro. Ma nonostante la contrazione, questa voce continua comunque ad essere la componente più importante del Pil nazionale che è pari al 60,3 % del totale.

Consumi ridotti che hanno interessato anche le famiglie calabresi, minacciando, sotto diversi aspetti economici sia le piccole imprese che le attività commerciali in generale.

L’indagine condotta dall’Associazione artigiani e piccole imprese Mestre Cgia, rivela che a subire maggiormente il colpo sono stati i piccoli negozi di quartiere (-3,8%) e le botteghe artigiane (-78.500), che, vivendo quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie, faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. In pratica, il tessuto economico italiano ha visto chiudere 200mila negozi dal 2009 ad oggi. Soprattutto, attività commerciali di prossimità. Difatti, il valore delle vendite al dettaglio nei negozi di vicinato è crollato del 14,5 per cento, contrariamente a quello nella grande distribuzione e nell’e-commerce dove, invece, è salito del 6,4 per cento. Trend, proseguito anche nei primi 9 mesi di questo anno in cui, supermercati, discount e grandi magazzini hanno visto aumentare le vendite dell’1,2%, mentre nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione è stata dello 0,5%. A gravare su questa già difficile situazione, è il peso del fisco che continua ad essere troppo elevato, senza contare che l’aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Un vero e proprio decennio nero per le piccole attività.

Se dal 2007 ad oggi, la spesa mensile media familiare degli italiani è più bassa del 3% (-78 euro, passando da 2.649 euro annuale a 2.571 euro), è il Sud, geograficamente parlando, ad aver registrato la riduzione più importante. In 12 anni, le famiglie meridionali hanno difatti “tagliato” la spesa mensile media di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all’anno), rispetto al Nord con un taglio di 77 euro (936 euro all’anno) e al Centro di 31 euro (372 euro all’anno).

Andando a vedere le situazioni nelle singole regioni, quelle più negative in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi si sono verificate in Umbria (- 443 euro al mese), in Veneto (-378 euro) e in Sardegna (-324 euro). La Calabria si attesta tra quelle a metà della classifica con -268 euro al mese (circa il12,3% in meno). In contro tendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro). La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 è stata inferiore a quella relativa al 2017.

Secondo i dati rilevati dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre, dall’analisi delle funzioni di spesa, in dieci anni la contrazione più importante ha riguardato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7 per cento. Andando nel dettaglio, i beni non durevoli (ad esempio, prodotti cura della persona, medicinali, detergenti per la casa, e altro) sono crollati del 13,6%, quelli semidurevoli (come abbigliamento, calzature, libri) si sono ridotti del 4,5% e quelli durevoli (auto, articoli di arredamento, elettrodomestici, etc.) del 2,8%. La caduta dell’acquisto dei beni è proseguita anche quest’anno, e paragonando il primo semestre 2019 con quello del 2018 la contrazione è stata dello 0,4% con una punta dell’1,1% in meno dei beni non durevoli. Mentre l’esito dei beni durevoli, al contrario, ha visto quest’anno una crescita del 2,9 per cento.

Infine, per quanto riguarda la chiusura di aziende, in termini percentuali, la regione più colpita è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto scendere il numero del 19,1%, seguita da Abruzzo con il 18,3% e Umbria con il 16,6%. Mentre la Calabria ha visto scendere del 14,2% le sue aziende artigiane. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la riduzione più significativa in Valle d’Aosta con il 18,8 per cento, in Piemonte con il 14,2 per cento e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6 per cento. Rispetto al trend negativo, risultano essere di segno opposto la Calabria (+3 per cento), il Lazio (+3,3 per cento) e la Campania (+4,6 per cento). 

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