di Grazia Candido (foto Aldo Antonio Fiorenza) – Il suo primo ricordo va all’amico e collega Giorgio Albertazzi scomparso tre anni fa, ma poi la sua attenzione è verso i suoi giovani compagni di avventura de “Il mercante di Venezia” andato in scena all’arena “Alberto Neri” di Catona Teatro (evento inserito nella XXXIV edizione del rinomato festival della Polis Cultura di Lillo Chilà) con un nuovo allestimento firmato da Giancarlo Marinelli. Il napoletano Mariano Rigillo nel ruolo di Shylock, da oltre sessant’anni calca le scene, spaziando dal teatro classico al contemporaneo, e nonostante spesso abbia interpretato personaggi scomodi, complessi, drammatici e comici in ognuno ha sempre lasciato trasparire quell’amore infinito per il teatro e per l’arte in generale.
Che rapporto aveva con il maestro Albertazzi?
“Ho avuto una grande devozione per Giorgio e pare che lui abbia detto che quando non ci sarebbe stato più, avrebbero dovuto chiamare me per fare Shylock. Ci siamo conosciuti quando facevo il teatro universitario, esattamente 60 anni fa, nel 1959: Giorgio venne a Napoli in tournèe con “La figlia di Iorio” e noi avevamo il teatro universitario, lo invitammo e venne a trovarci. Ho una foto di allora con lui che a distanza di tempo, quando ci siamo trovati ambiziosamente come colleghi, gliela feci vedere. E ci siamo messi a ridere”.
Parliamo adesso del suo personaggio, Shylock, un ruolo molto ambito dai suoi colleghi. Come mai?
“Shakespeare è un autore così grande e molto apprezzato dagli attori forse perché, è l’unico scrittore capace con i suoi testi a risolvere immediatamente il problema. Fare Shylock è una sorta di consacrazione, una responsabilità ma anche un traguardo. E’ un personaggio dalle tantissime sfaccettature, non si presenta gradevole, è arrogante, prepotente e tanto avido. Nel “Mercante di Venezia” non si può tenere conto di tutto quello accaduto al popolo ebraico al tempo di Shakespeare, non possiamo ignorarlo e, per nostra fortuna e per nostra vergogna, fa parte del nostro Dna la consapevolezza di ciò che è successo. In quel tempo, c’era un antisemitismo sfrenato ed è riportato sapientemente nel testo. Sarebbe ingiusto non farlo passare. Insieme ad un cast giovane e preparato, lo mostriamo vestito da quella coscienza e conoscenza che abbiamo di tutto quello accaduto ed è piaciuto molto al pubblico che lo ha visto”.
Ha parlato di un cast di talenti giovani e preparati. Lei è sempre stato affiancato da attori e attrici di livello che hanno siglato il successo di ogni suo lavoro.
“Assolutamente sì. Con i giovani sto sempre bene e credo che i giovani stiano bene con me. Dirigo una scuola e sono a stretto contatto con chi vuole imparare questo mestiere affascinante ma tanto faticoso”.
In un periodo molto difficile come il nostro, in cui ogni forma di arte è messa all’angolo dalla crisi, dai tagli economici, dalla chiusura di teatri cosa si sente di dire a chi invece, sogna di fare l’attore?
“E’ vero che in questo periodo tutto è più difficile rispetto a qualche anno fa, però è anche vero che nulla è irrealizzabile. Il nostro è un lavoro che deve nascere da dentro, se c’è questa vocazione, se c’è la passione in qualche modo ci si riesce. Ci vuole la grande consapevolezza che niente si fa senza fatica e senza studio ma soprattutto, senza determinazione. Bisogna lavorare giorno per giorno, lo dico sempre anche a mio figlio Ruben in scena con me nel “Mercante di Venezia” perché nulla ci deve essere regalato. Siamo noi che dobbiamo donare al pubblico emozioni, intrattenimento, cultura, riflessioni. La vita è una sfida e dobbiamo superarla”.
E di questo teatro, della realtà Catona Teatro cosa pensa?
“Sono dei grandi realizzatori di sogni, sono professionisti che ogni anno, studiano come bravi attori per creare una stagione artistica valida per tutti, grandi e piccoli, per inculcare le basi del teatro in questo Sud che ha tanto bisogno di una vera forza per riemergere ed è la forza dell’arte”.

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