Neanche il tradizionale mercato del sabato riesce più a riempire di volti e sguardi felici corso Vittorio Emanuele. E così il giorno di festa, tanto decantato da Giacomo Leopardi, finisce per diventare un giorno qualsiasi, come altri, e non più del Villaggio. Non c’è attesa per la domenica.    

La via commerciale più importante della città capoluogo appare sempre più simile a una lunga strada di periferia. A tratti grigia, senza sfondo, dimenticata, lasciata all’incuria del tempo. Quei pochi passanti appaiono magre figure all’aria aperta degne dei migliori impressionisti francesi. Ma lì c’era un paese da raccontare, da tramandare, da immortalare con colori e pennelli di artista. Qui rimane solo il resoconto del passato, definito da tanti glorioso, che per molti diventa una triste arma di difesa per tentare di imparare a convivere con il presente e conquistare un futuro incerto e carico di dubbi. La città ha perso attrattiva, appare disadorna, sporca, confusa agli occhi di chi la vive o la visita. Chi ritorna non percepisce alcun cambiamento, ma, al contrario, un drammatico andare indietro e una malinconica voglia di non tornare più. 

La crisi del commercio sembra quasi irreversibile, decine i negozi chiusi negli ultimi anni e chi rimane in piedi lo fa tra mille difficoltà. Poi, però, ci si accorge che il problema è ancora più esteso e grave, va oltre il commercio: è, infatti, la città nel suo insieme, nei suoi molteplici aspetti della vita pubblica ad avere perso ovunque e con chiunque la partita del rinnovamento e del rilancio sociale ed economico. Chi può fugge, chi rimane si ritira in casa. Una cena con gli amici di sempre, la visita ad un parente. Tutto qui. 

Lontano, insomma, da quella piazza che negli anni ha rappresentato un punto di incontro, luogo di idee, di crescita. Era un felice stare insieme. Oggi si cammina, non si passeggia più. Si sta fuori per fare l’essenziale: la spesa, qualche altro acquisto, andare a lavoro, prendere i figli a scuola. Qui finisce la socialità. Tra un saluto distratto e una veloce stretta di mani. Si ipotizzano tante cause alla base di tutto ciò. Si fanno teoremi, confronti pubblici, si scomodano intellettuali e maestri di vita. Su una cosa, però, si può essere certamente tutti d’accordo: ciò che si vive oggi è stato minuziosamente preparato nel tempo, nel passato. Si è lavorato per demolire e non per costruire una Vibo migliore, al passo con i tempi. Moderna, efficiente nei servizi essenziali. E oggi si raccolgono i frutti velenosi di chi ha seminato (governato?) male, malissimo in una terra che avrebbe avuto tutte le carte in regola per stare con la schiena dritta. Senza elemosinare attenzioni, chiedere aiuto, piatire per evitare di sprofondare e toccare definitivamente il fondo.    

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